Soltanto una paziente
La terapia ha questo di feroce: lo psicoterapeuta è uno solo per il paziente,
ma non vale il contrario. Che ingiustizia! E’ la relazione meno equilibrata
che si possa immaginare. Mi piacerebbe pensare che Natasha
non voglia bene a nessuno come a me, e che nessuno la diverta quanto me,
che per nessuno provi altrettanta pena o compassione,
che da nessuno si lasci coinvolgere come da me.
In fin dei conti, tutta l’interiorità che sono in grado di esprimere
sta nelle sue mani, e la mia fantasia preferita è che lei riceva soltanto la mia.
Marcela Serrano, Dieci donne
«Che cosa vuol dire “addomesticare”?» disse il piccolo principe.
«E’ una cosa da molto dimenticata» disse la volpe.
«Vuol dire “creare dei legami”». […]
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina: «Ah!» disse la volpe «…piangerò!».
«La colpa è tua» disse il piccolo principe, «io non avrei voluto farti soffrire,
ma tu hai insistito perché ti addomesticassi…»
«È vero!» disse la volpe. «Ma piangerai!» disse il piccolo principe.
«Sicuramente!» disse la volpe.
«Ma allora che ci guadagni?» domandò il piccolo principe.
«Ci guadagno», disse la volpe, «il colore del grano».
Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe
Si parla spesso di cosa significhi cominciare un percorso di psicoterapia.
Dei meccanismi su cui si lavora, delle aspettative più o meno realistiche, degli esiti sulla vita
quotidiana e sulla narrazione della propria esistenza, passata e presente.
Meno spesso si parla di cosa comporti terminarlo, e ancor meno di cosa implichi per il
paziente interrompere non solo le sedute, ma inevitabilmente anche quel legame tra persone
costruito poco a poco, fatto di una particolare commistione di gratitudine, soggezione,
idealizzazione, attaccamento e affetto.
Si tace di cosa succeda quando la terapia va verso il suo naturale compimento, quando la
conclusione diventa una realtà tangibile, e di cosa rimanga, con il passare del tempo, di un
rapporto che osa desiderare che non si interrompa la parte umana di una relazione all’interno
della quale è stato sperimentato qualcosa che va oltre la componente di cura, e che
difficilmente ci si rassegna a lasciar andare.
Si tace di quello che resta, oltre alla consapevolezza che da quel momento in avanti ci sarà
nelle nostre vite un prima e un dopo, e alla coscienza di essere individui diversi, non più
paragonabili a quelli che eravamo.
Non si confessa che si soffre, per la fine della terapia. Si tiene nascosto quel senso di perdita.
Quella sottile ma definita percezione di mancanza che si rivela con pudore a pochi intimi,
meno numerosi ancora di quelli a cui si possono confidare i contenuti concreti dei colloqui.
Quella nostalgia che ci sorprende inaspettata, vissuta da ognuno a suo modo.
Quello spaesamento nel perdersi a rievocare ciò che non fa più parte della solita routine
settimanale. Quella strana incredulità nel non poter più riferire le nostre piccole e grandi novità
a chi abbiamo scelto come custode del nostro mondo interiore. Fino a percepire come
inconcepibile interrompere del tutto la comunicazione con la persona a cui ci siamo affidati per
ricostruirci.
La relazione di aiuto dunque termina. E della dimensione umana che cosa farne? In quale
spazio collocarla? La domanda è ceduta al paziente, che in un certo senso, per quanto
preparato, è lasciato solo a cercare e trovare una risposta.
E così passano mesi, e poi anni. E si porta tutto con noi in ogni nostro giorno.
Una dolcezza malinconica si insinua nelle nostre giornate, ad accompagnare i nostri passi,
pensieri e ricordi.
Ci si sorprende ad avvertirla camminando piano, assorti sotto la pioggia. In silenzio e solitudine
davanti al mare. Con il vento in faccia guardando il cielo affacciarsi tra i palazzi.
Mentre muoviamo le nostre nuove ali che nessun altro può vedere.
E ci ritroviamo ad invidiare chi è ancora nel mezzo del viaggio… ad immaginare di tornare a
sederci in quella stanza, a sentirci accolti da quei muri che assorbono le parole, a guardare quel
volto che sa parlare anche quando tace, a fissare quegli occhi che fanno parte del setting non
meno delle sedie, del tavolo e dei quadri appesi alle pareti.
La consapevolezza che, se avessimo bisogno di ritrovare il capo di qualche filo, da qualche
parte ci sia qualcuno pronto ad offrirci un posto sicuro, non placa il desiderio di continuare a
raccontarci, di condividere in qualche modo le fatiche e le gioie più significative, di consegnare
ancora la nostra interiorità a chi ha fatto parte del rito; non sostituisce l’esigenza di conservare
una vicinanza, di mantenere un contatto con chi abbiamo reso partecipe del nostro sentire per
un periodo così lungo e intenso. Con chi non solo ci ha curato, ma ci ha preso per mano e ci ha
mostrato con benevolenza come prenderci cura di noi.
Ne restano le tracce in sogni, scritti, dipinti, ispirazioni. Espressioni di noi.
“Soltanto” pazienti. Fragili, ingenui, spontanei o pieni di barriere. Limitati e incompiuti.
Con tutto il carico di quell’umanità che ci è stato insegnato pian piano ad accettare e
manifestare.
Cecilia
Gennaio – Febbraio 2025
- 2 anni dalla fine della terapia –

