Psicoterapia: effetti secondari di una rinascita
C’è pochissimo di giusto/sbagliato o buono/cattivo in questo mondo.
C’è tuttavia l’utile e il non utile. […]
Muoia dunque, quel che deve morire.
Clarissa Pinkola Estés
Più facciamo progressi interiori, più diminuisce il numero di coloro
con cui possiamo realmente comunicare.
Emil Cioran
La metamorfosi è irreversibile.
Dopo aver volato, la farfalla non tornerà mai più strisciando.
Wandy Luz
C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.
Leonard Cohen
Si definisce “effetto secondario” qualsiasi esito non intenzionale e non previsto, non necessariamente nocivo, connesso alle proprietà di un farmaco o legato all’azione di una terapia.
In maniera non dissimile da un trattamento medico per una patologia organica, il nuovo imprinting ricevuto durante un percorso di psicoterapia porta inevitabilmente con sé una serie di cambiamenti profondi, che lungi dal terminare con la fine del percorso, accompagnano la nuova versione di noi come se una parte del viaggio fosse ancora in un continuo divenire. Questo permanente “aggiustamento” in termini di prospettive, scelte e concentrazione su di noi non sempre si inserisce senza attriti nel quotidiano.
Come primo e fondamentale aspetto, una percezione e un rispetto diversi per le proprie esigenze comportano non poterle più ignorare.
Un riscoperto desiderio di solitudine inizia a guidare decisioni e priorità, alla ricerca di spazi sempre più ampi dedicati a momenti di isolamento volontario, fondamentali per rigenerare lo spirito, nutrire creatività inesplorate oppure semplicemente per uno stare in silenzio contemplativo e profondo, in cui coltivare un appassionato dialogo con il nostro mondo interiore.
Una distanza scelta diventa preferenza prima, bisogno in seguito, pretesa infine, e si impone come indispensabile nelle nostre giornate, una necessità non sempre facilmente gestibile e conciliabile con doveri e obblighi vari, né comprensibile a tutti.
Ci scopriamo pretenziosi. Sottilmente egocentrici. Incapaci di accontentarci. Insofferenti a ciò che prima tolleravamo con una pazienza forzata. Frustrati per essere difficilmente capiti.
Un confronto e una comunicazione via via più difficili con gli altri, uniti ad una sempre maggiore selettività nei rapporti interpersonali, conducono alla scelta di gruppi inevitabilmente più piccoli, restringendo continuamente la cerchia di individui con i quali poter trovare reali affinità e possibilità di condivisione.
E intanto, qualcosa dentro di noi si sgretola.
Scoprire che nulla, nemmeno le convinzioni che credevamo più solide, è definitivo e immutabile comporterà in alcuni casi una sofferenza non trascurabile, così come la presa di coscienza che anche i legami più significativi possano cambiare o trasformarsi.
La perdita di certezze e di punti di riferimento fissi e rigidi, così come il congedo dall’idea, in un certo senso più confortante, che il nostro benessere dipenda da qualcosa di esterno, sarà in prima istanza accompagnata da paura e disorientamento. Questo mutamento dovrà procedere di pari passo con l’acquisizione di un diverso sistema di valori, un processo che non sarà immediato né indolore. Certe rivelazioni un po’ amare si riveleranno più realistiche di interpretazioni rassicuranti che non reggono la prova dei fatti, e non sarà sempre piacevole accettarlo. Talvolta ci ritroveremo a rimpiangere un passato in cui riposavamo tranquillamente nell’ignoranza, a fronte di un presente più illuminato in cui siamo nostro malgrado più spesso agitati dal dubbio.
Anche l’abbandono di circostanze che erroneamente credevamo utili per noi inizialmente non ci farà sentire
sollevati, ma paradossalmente indeboliti, defraudati; il percorso per recuperare valori che ci appartengano in modo autentico potrà essere lungo e più dissestato di quello che ci aspettavamo, e qualche volta si concluderà con un relativismo nel quale potremmo sentirci soli e smarriti.
Occorreranno parecchio tempo e pazienza per buttare via con una risata convinzioni fermissime che ci hanno accompagnato per anni; per accogliere una versione di noi più completa senza averne timore; per scoprire il potere dell’ironia e fare propria la tenerezza nel guardare noi stessi e gli altri con gli occhi benevoli e maturi di chi sa che raramente esiste un punto di arrivo, e che spesso nemmeno serve, senza per questo arrenderci al cinismo e alla rassegnazione.
Pian piano apprenderemo che per quanta testardaggine possiamo mettere nel seguire una decisione, e per quanto possa piacerci “ragionare”, se abbiamo un istinto c’è un motivo, e dobbiamo lasciare che faccia la sua parte nel guidarci; che soffrire ha molte più forme di quelle che conoscevamo, e che alcune persone o situazioni è necessario lasciarle nei ricordi perché quello è il loro posto, senza che questo significhi non attribuir loro abbastanza valore né sottrarsi al dolore per la loro distanza.
Se saremo fortunati, potremo inoltre scoprire come il viaggio dentro di noi abbia la peculiarità di restituirci talenti che parevano sepolti, o modalità espressive che avevamo dimenticato, e che rielaboreranno esperienze e vissuti in maniera inaspettata. Ancora una volta, trasformare le fragilità in un potenziale creativo farà parte di un’evoluzione che non si compirà senza una certa quota di sofferenza, così come la capacità di interpretare le nostre ferite come pozzi su cui sporgersi per interrogarle e farle parlare non sempre porterà a galla verità comode e consolanti, e in seguito non potremo più fingere di non conoscere la realtà.
Sarà necessario abbracciare la persuasione che senza il “materiale” derivato dalle nostre mancanze, finitudini, limiti, sarebbe un mondo senza arte, oltre che un’esistenza senza consapevolezza; che bisognerà prendersi cura delle nostre “crepe”, incrinature e fragilità e non sarà concesso prescindere dal negativo che ne scaturirà ma solo così avremo facoltà di dare vita a qualcosa di veramente nostro.
Non solo non potremo aspettarci di riparare tutte le falle, ma la tentazione di “tapparle” potrà essere sostituita da una benevola accettazione, fino a trasformare il disprezzo per le nostre debolezze nella riscoperta del potere di essere umani.
Riuscire ad accoglierle per esserne nutriti, senza venirne al contempo sopraffatti, fa parte di un equilibrio che dovremo trovare noi, per quanto aiutati, a costo di un certo impegno e senza fretta, e nessun altro al nostro posto. La zona di comfort è persa per sempre, e ci aspetta un lavoro di ricostruzione che oramai siamo obbligati a compiere con calma, prima di veder affiorare le nostre migliori energie.
È la fatica, oltre che il fascino, del lavoro psicoterapeutico.
Infine, nei confronti di chi ci ha insegnato nuovamente a camminare, ci accompagneranno d’ora in avanti una gratitudine e un trasporto non paragonabili a quelli verso nessun’altra categoria di professionisti.
Ci mancheranno il rito, l’abitudine, perfino il luogo fisico. Ci ritroveremo a passarci davanti, senza poter entrare, in una specie di laico pellegrinaggio; ci sentiremo strani e un po’ patetici, forse, nei nostri tentativi di mantenere un contatto. Cercheremo e troveremo ovunque tracce di chi ci ha riportati ad una vita degna di essere vissuta, in una sorta di bizzarra variante della sindrome del segugio.
Proveremo vergogna per essere stati maldestri, ingenui, inesperti… finché l’imbarazzo sarà sostituito da una delicata indulgenza rivolta alle versioni passate di noi stessi che non sapevano tutto ciò che sappiamo ora.
Non pretenderemo di definirci “guariti” per sempre. Ma sapremo che saremo pronti a scendere di nuovo nel pozzo, se sarà opportuno per imparare qualcosa.
Cecilia Marzo – Aprile 2025 – 2 anni dalla fine della terapia –
Ringrazio Radio Freccia per lo slogan “il potere di essere umani” ☺ e Livia Chandra Candiani (insegnante di meditazione, traduttrice di testi buddhisti e poetessa) per il prezioso spunto delle “ferite come pozzi da interrogare”, contenuto nel testo Questo immenso non sapere, Einaudi, 2021.

